mercoledì 14 gennaio 2015

BOMBACCI!
Nicola Bombacci (Civitella di Romagna, 24 ottobre 1879 - Dongo, 28 aprile 1945)

Nicola Bombacci (1879-1945), il rivoluzionario italiano più scomodo del Ventesimo secolo, l’uomo che cercò di unificare le due rivoluzioni del Novecento: la bolscevica di Lenin e quella fascista di Mussolini. Per i comunisti italiani, guidati nel 1945 da soggetti di secondo piano (rispetto ai Gramsci, ai Bordiga e Bombacci fondatori del P.C.d.I. nel 1921), quali Palmiro Togliatti e Luigi Longo, Nicola Bombacci doveva essere – alla stregua di Mussolini – semplicemente demonizzato ed ignorato perché tremendamente imbarazzante. Ed infatti il suo nome è stato completamente cancellato dalla storia del movimento operaio italiano e mondiale, lui che fu il fondatore, con Antonio Gramsci ed Amadeo Bordiga per l’appunto, delPartito Comunista d’Italia (P.C.d.I.) nel gennaio 1921 a Livorno al 17° Congresso del P.S.I., lui che volle nel 1919 il simbolo della falce e martello (incrociati fra due spighe di grano) – importato dai soviet russi – sulle bandiere rosse dei socialisti italiani. Dirigente socialista durante la prima Guerra Mondiale e il primo dopoguerra, fu uno dei fondatori del Partito Comunista d'Italia nel 1921. Negli anni trenta si avvicinò al fascismo, dirigendo la rivista “La Verità”. Partecipò alla Repubblica Sociale Italiana e fu fucilato con Mussolini nell'aprile del 1945.
Il 29 aprile '45 furono passati per le armi i gerarchi fascisti per mano dei partigiani comunisti. Cosa curiosa, fra questi c'era una delle massime figure del comunismo italiano, né più né meno che Nicola Bombacci, il fondatore del Partito Comunista Italiano (PCI), amico personale di Lenin, col quale stette in URSS durante la Rivoluzione d'Ottobre. Soprannominato il "Papa Rosso" e, finalmente, incondizionato sostenitore di Mussolini al quale si unì negli ultimi mesi del suo regime. La sua vita fu la storia di una conversione o di una tradizione? O fu per caso, l'evoluzione naturale di un nazional-bolscevismo? La pubblicazione in Italia di una biografia di Bombacci ha riaperto il dibattito sulla ideologia rivoluzionaria del fascismo mussoliniano". Nicola Bombacci nacque in seno ad una famiglia cattolica della Romagna il 24 ottobre 1879, a pochi chilometri da Predappio, ove nascerà, pochi anni dopo, quello che sarebbe stato il fondatore del fascismo, in una regione in cui la lotta operaia si distinse per la sua durezza. Entra in gioventù nel Partito Socialista Italiano e prende il diploma di maestro (nuovamente le somiglianze con il Duce sono evidenti) per dedicarsi subito, anima e corpo, alla rivoluzione socialista. Per la sua capacità di lavoro e le sue doti organizzative, fu incaricato di dirigere gli organi di stampa socialisti; qui aumenta il suo potere in seno alle organizzazioni operaie e conosce Mussolini che, non dimentichiamolo, fu la grande promessa del socialismo italiano prima di divenire nazional-rivoluzionario. Opposto alla linea morbida della socialdemocrazia, Bombacci fonda, insieme a Gramsci, il Partito Comunista d'Italia e nei primi Anni '20 si reca in URSS per partecipare alla Rivoluzione bolscevica. Lì fa amicizia con Lenin che in una riunione al Cremlino dice di Mussolini: "In Italia compagni, in Italia c'è solo un socialista capace di guidare il popolo verso la rivoluzione: Mussolini!" E poco dopo il Duce inizierà la rivoluzione, però fascista... Come leader del neonato Partito Comunista, Bombacci si convince come la borghesia italiana, che lo soprannomina il "Papa Rosso", sia l'autentico nemico pubblico numero uno. Eletto tra i primi deputati del partito, mentre le squadre fasciste iniziano a formarsi e a confrontarsi con le milizie comuniste, ha come missione quella di contenere l'inevitabile presa del potere da parte del fascismo, ma fallisce nel suo impegno. Dopo l'ascesa al potere da parte di Mussolini resta, senza ombra di dubbio e fedele alle proprie convinzioni, l'eterno anticonformista e il difensore di una politica di avvicinamento dell'Italia all'URSS.
Difensore di una Terza Via, ove il nazionalismo rivoluzionario del fascismo avrebbe potuto incontrarsi col socialismo rivoluzionario del comunismo, fu espulso dal PCI nel '27 e condannato ad un ostracismo politico; nonostante ciò non smise di mantenere contatti con i dirigenti politici russi. A poco a poco si converte, benché "sui generis", a difensore del regime fascista. Non accetta gli incarichi che gli sono offerti, non rinnega le sue origini comuniste e mai nasconde le proprie intenzioni. Nel '36 scrive sulla sua rivista, "la Verità", confessando la propria adesione al fascismo, che: "ho fatto una grandiosa rivoluzione sociale, Mussolini e Lenin. Soviet e Stato Fascista Corporativo, Roma e Mosca. Molto dovremo rettificare, ma nulla di cui farsi perdonare; oggi come ieri ci unisce lo stesso ideale: il trionfo del lavoro". È naturale che Bombacci, un tempo leader comunista, abbia accettato la nuova situazione politica pur rimanendo sempre critico nei confronti del regime. Nonostante l'amicizia con il Duce fosse da tutti conosciuta, non aderisce mai al Partito Nazionale Fascista. Quando Mussolini viene deposto nel luglio '43 e liberato dai tedeschi un mese dopo, il partito fascista crolla. La struttura organica scompare e i dirigenti del partito, provenienti in maggioranza dai ceti privilegiati della società, passano in massa al governo di Badoglio. L'Italia si trova divisa in due, "a sud di Roma gli Alleati avanzano verso il nord" e Mussolini raggruppa i suoi più fedeli, tutti vecchi camerati della prima ora e giovani entusiasti "che i dirigenti del partito avevano abbandonato" e che ancora credono nella rivoluzione fascista e proclama la Repubblica Sociale Italiana. Immediatamente il fascismo sembra voler tornare alle proprie origini rivoluzionarie e Nicola Bombacci aderisce all'appena proclamata Repubblica e porge a Mussolini tutto il proprio appoggio. Il suo sogno è poter portare avanti la costruzione di quella "Repubblica dei lavoratori" per la quale tanto lui che Mussolini combatterono ad inizio secolo. Come Bombacci, si uniscono al nuovo governo altri intellettuali di sinistra: Carlo Silvestri (deputato socialista e dopo la guerra diffusore delle memorie del Duce), Edmondo Cione (filosofo socialista che fu autorizzato a fondare un partito socialista staccato dal Partito Fascista Repubblicano), etc.
Mussolini preoccupato per la situazione militare, ma risoluto più che mai a portare avanti la sua rivoluzione ora che si è liberato della zavorra del passato, autorizza i settori più rivoluzionari del partito ad assumere il potere e inizia la tappa denominata di "socializzazione" che si traduce nella promulgazione di leggi chiaramente di ispirazione socialista, quali la creazione dei sindacati, la cogestione nelle imprese, la distribuzione di benefici e la nazionalizzazione dei settori industriali di importanza strategica. Tutto ciò è riassunto nei famosi "18 punti" del primo (e unico) Congresso del Partito Fascista Repubblicano a Verona; un documento, redatto congiuntamente da Mussolini e Bombacci, che doveva convertirsi nelle basi della nuova Costituzione dello Stato Sociale Repubblicano. In politica estera, Bombacci tenta di convincere Mussolini a firmare la pace con l'URSS e a continuare la guerra contro la plutocrazia anglosassone, risuscitando l'asse Roma-Berlino-Mosca dei pensatori geopolitici del nazional-bolscevismo degli Anni '20. Se per molti l'ultimo Mussolini era un uomo finito, burattino dei tedeschi, non finisce di sorprendere l'adesione che ha ricevuto da uomini come Bombacci, un vero idealista con una oratoria attraente, allergico a tutto ciò che significasse inquadrarsi o imborghesirsi e che non accetterà neppure ora alcun incarico né stipendio ufficiale. Bombacci diverrà il consigliere e il confidente di Mussolini per gettare, nuovamente, le basi del Partito dei Lavoratori.
Viaggerà nelle fabbriche spiegando la rivoluzione sociale del nuovo regime e il perché della sua adesione, mentre la situazione militare si sta deteriorando e i gruppi terroristi comunisti (i tristemente famosi GAP) già hanno deciso di eliminarlo per il pericolo rappresentato dalla sua attività. Però la guerra sta arrivando alla fine. Benito Mussolini, consigliato dall'ex-deputato socialista Carlo Silvestri e da Bombacci propone di consegnare il potere ai socialisti, integrati nel Comitato Nazionale di Liberazione, piuttosto che ai dirigenti di destra del Sud. Senza alcun dubbio i negoziati fallirono. Nell'aprile '45 le autorità militari tedesche in Italia si arrendono agli alleati. È la fine. Nicola Bombacci, sempre fedele, sempre sereno, accompagna Mussolini al suo ultimo e drammatico viaggio verso la morte. Il racconto di Vittorio Mussolini, figlio del Duce, del suo ultimo incontro col padre, in compagnia di Bombacci ci insegna la sua interezza. "Ho pensato al destino di questo uomo, un vero apostolo del proletariato, un tempo nemico accanito del fascismo e ora a fianco di mio padre senza alcun incarico né prebenda, fedele a due capi diversi fino alla morte. La sua calma mi è servita di conforto". Poco dopo essersi separato da Mussolini e dalla colonna dei suoi ultimi fedeli per risparmiare loro di dover spartire il suo destino, Bombacci è detenuto assieme ad altri dai partigiani comunisti. La mattina del 29 aprile fu posto di fronte al plotone di esecuzione; accanto a lui, Barracu, un valoroso ex-combattente, mutilato di guerra, Pavolini il poeta segretario generale del partito, Valerio Zerbino, un intellettuale; di fronte al plotone tutti gridano: "viva l'Italia!", mentre non cessa di essere un paradosso, fedele riflesso della controversa personalità di Bombacci, che, mentre il suo corpo cade attraversato dalle pallottole dei partigiani socialisti, grida: "Viva il Socialismo!".
NICOLA BOMBACCI – l’apostolo della socializzazione
Nicola Bombacci visse da uomo politico, prestato a quella politica “per cui uno si occupa dei guai degli altri come se fossero propri”, come egli stesso scrisse. Una banale e quasi infantile definizione di politica, questa, che in tempi come i nostri illumina e fa scuola. Il vivaio in cui crebbe fu quello del più intransigente socialismo; aderì alla corrente massimalista del Partito Socialista Italiano, quella che chiedeva al partito di non distogliere la propria attenzione dai suoi obiettivi massimi, anticapitalistici e rivoluzionari, e di sottoscrivere i 21 punti di Mosca per l’adesione alla Internazionale Comunista. Come avvenne a Mussolini con la fondazione dei Fasci di combattimento, l’essere più socialista degli altri socialisti portò anche Bombacci ad allontanarsi dal partito e dalla sua corrente riformista. Il XVII Congresso del Partito Socialista segnò la scissione che portò alla nascita del Partito Comunista Italiano, del quale Bombacci fu fra i fondatori. Colpevole di aver intravisto, e non per primo, un possibile gemellaggio ideale fra le due rivoluzioni, quella sovietica e quella italiana, nel 1924 fu espulso dal PCd’I, per poi essere reintegrato per intervento diretto dell’Internazionale Comunista.
Nello stesso anno l’Italia di Mussolini fu il primo Paese a riconoscere formalmente l’Unione Sovietica. Anche negli anni della militanza nel PCd’I, Bombacci si mantenne sempre idealmente vicino al fascismo italiano, al punto che, nel 1927, subì una nuova e definitiva espulsione dal partito. La rottura fra Bombacci e il comunismo fu definitiva quando gli eventi accelerarono in direzione del conflitto mondiale prima e della Repubblica Sociale poi. Per Bombacci e per il Fascismo quelli furono gli anni del ritorno alle origini; disilluso nei riguardi del comunismo il primo, e rescissi tutti i legami con monarchia, industriali e borghesia il secondo, il matrimonio politico fra Bombacci e Mussolini fu totale, sancito dalla propaganda e cementato dalla “socializzazione delle imprese”, capolavoro sociale dell’ideologia sansepolcrista e punto più alto della rivoluzione finalmente compiuta.
Bombacci era a proprio agio a parlare da rivoluzionario di qualcosa di realmente rivoluzionario, che avrebbe portato i lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende e alla suddivisione degli utili, restituendo al lavoro fisico e intellettuale la medesima dignità del capitale, avviando finalmente il passo verso quella terza via fra capitalismo e socialismo che avrebbe reso inutili e superati i concetti di destra e sinistra. Non fu simpatico ai socialisti, perché li aveva resi “di destra”. Non fu simpatico ai comunisti, perché li aveva resi conservatori.
Non fu simpatico ai tedeschi, perché le riforme economiche, soprattutto quelle rivoluzionarie, poco si addicono a una economia di guerra. Piacque, però, immensamente a Mussolini, perché era intellettualmente onesto, perché era un appassionato difensore della più pura anima del socialismo.
Avevano iniziato la loro storia politica insieme, poi uno dei due fu abbagliato da un finto sole, l’altro se ne inventò uno tutto suo che passò alla storia. Non smisero mai di stimarsi e dimostrarono al mondo che un av versario non è necessariamente un nemico, e che si può continuare a combattere senza smettere di rispettarsi. Nicola Bombacci seguì il Duce nella cattiva sorte, quando altri fuggivano o rinnegavano, lui morì gridando "Viva l'Italia! Viva il Socialismo!", dopo essere stato catturato nella colonna fascista diretta in Valtellina per l’ultima resistenza. Era nel suo destino anche quello di essere al fianco di Mussolini, appeso per i piedi, in Piazzale Loreto. Sotto il suo corpo gli assassini appesero un cartello con scritto “SUPERTRADITORE”.
Curioso che quella parola l’abbia scritta una mano partigiana e comunista che, mentre si preparava a diventare il finto baluardo dei lavoratori, si affrettava (questo accadde il 25 aprile 1945) ad abrogare il decreto sulla socializzazione delle imprese. “Traditore a chi?” potremmo dire noi oggi.
Dall’ingresso a sinistra del Campo 10 la prima lapide è la tua, Nicola Bombacci. Un giusto tributo verso chi nacque e morì socialista con il cuore puro di un bambino.
Nicola Bombacci, comunista e mussoliniano fino alla morte, estensore ideologo dei punti programmatici della Carta di Verona della Repubblica Sociale Italiana nel 1943, sarà assassinato dai cani partigiani a Dongo il 28 aprile 1945 ed esposto al vilipendio di cadavere a Piazzale Loreto il 29 aprile seguente. Il Lenin mussoliniano di Romagna, non si era rassegnato, egli credeva nella verità del fascismo comunistico rosso-nero. E non intendeva lasciarsi sconfiggere dalla vecchia menzogna degli interessi della politica: fatta sul sangue. Si sentiva portatore di un messaggio di libertà per il proletariato italiano tutto (fascista, comunista etc.). A questo messaggio non intendeva rinunciare. Prima di essere assassinato a Dongo dai partigiani, nemici della libertà, ha gridato: " Viva Mussolini! Viva il socialismo"
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(Puoi leggere anche) SERMONTI! http://ablocutio.blogspot.com/2014/12/sermonti.html

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Adlocutio romana (arco di Costantino)

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